1.
La politica estera francese in Africa cambia rotta, dall’Africa occidentale alla costa orientale.
L’11 maggio e il 12 maggio si è tenuto a Nairobi, capitale del Kenya, l’Africa Forward Summit, organizzato dal presidente francese, Emmanuel Macron, e dal presidente del Kenya, William Ruto.
Davanti a una platea composta anche da 30 presidenti e capi di Stato africani dei paesi anglofoni, investitori, tra cui spicca l’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, e i rappresentanti delle istituzioni finanziare internazionali, sono state poste le fondamenta per un cambio di paradigma nella politica estera e africana di Parigi.
Macron non si è limitato a firmare una serie di accordi bilaterali con Ruto. Ha affermato la volontà del governo francese di stanziare investimenti per quasi 23 miliardi di euro in importanti aree strategiche come la transizione energetica, le infrastrutture, le tecnologie digitali, l’intelligenza artificiale, l’agricoltura sostenibile, i trasporti e la blue economy.
2.
Dopo la fine della Françafrique, Macron tenta di ricostruire un’immagine internazionale della Francia e cerca di tornare in Africa per una via diversa. Le crisi nei paesi del Sahel, l’espansione dei movimenti jihadisti hanno contribuito a un indebolimento della Francia in Africa, dove storicamente ha mantenuto una posizione di privilegio.
Non solo i paesi dell’Alliance des Étates du Sahel (Mali, Burkina Faso e Niger) ma anche fedelissimi come il Senegal e la Costa d’Avorio hanno assunto la decisione di dismettere le basi francesi nei loro territori. Una sorta di seconda indipendenza che dal governo francese è stata vissuto come un affronto. Il che Macron non lo ha nascosto nelle sue dichiarazioni al Summit di Nairobi.
A tendere una mano al presidente Macron, cacciato dall’Africa occidentale, ci ha pensato il presidente keniota, Ruto. I due sono accomunati da una propensione verso lo small business nel settore tecnologico e da una visione neoliberista. Dalla loro collaborazione è sorta la nuova piattaforma per il ritorno della Francia in Africa.
Dal palco del meeting i due presidenti assicurano che la partnership è incentrata sulla parità tra gli attori internazionali. Nessuna sudditanza, quindi, ma rispetto reciproco.
3.
Ma la Françafrique è davvero deceduta o ha solo cambiato nome?
Il termine Françafrique viene coniato negli anni Sessanta dalla stampa francese per indicare la politica paternalistica e neocoloniale inaugurata da Charles de Gaulle, su consiglio di Jacques Foccart, il segretario generale della Presidenza per gli affari africani e malgasci, verso gli Stati indipendenti dell’ex Africa Francese. -Il sistema ruotava intorno alla dipendenza economica e
monetaria con l’istituzione del Franco CFA.
I giovani kenioti, però, non hanno creduto alle parole di Macron e, soprattutto di Ruto. Sono anni che lottano contro le politiche oppressive e le promesse mancate del loro presidente.
Il cosiddetto luglio keniota non è svanito e le proteste della GenZ africana sono un fenomeno che interessa l’Africa intera, cioè il continente con l’età media più bassa (19 anni). Le élites politiche e finanziare vengono percepite dai giovani come ostili e lontani dagli interessi nazionali. Il fenomeno, in generale, non riguarda solo il Kenya o l’Africa. In tutto il mondo assistiamo a uno scollamento tra le élites dominanti e le masse.
Così, mentre politici e imprenditori, africani e occidentali, contrattano e sottoscrivono accordi in stanzoni con l’aria condizionata, le masse continuano ad essere inascoltate. I problemi quotidiani del popolo rurale e dei giovani urbanizzati sono tralasciati dalle agende diplomatiche.
4.
Negli stessi giorni a Nairobi è stata organizzata una mobilitazione parallela all’Africa Forward Summit, chiamata Pan-Africanism Against Imperialism.
Per le strade cortei composti da giovani kenioti e da attivisti provenienti da molte parti del Global South hanno manifestato la propria contrarietà alle politiche del governo francese nel continente africano.
Secondo molti giovani, l’Africa Forward è solo la nuova veste del colonialismo francese, intriso di spirito assimilazionista. E come giudicare altrimenti il comportamento di Macron che, durante un intervento, ha preso il microfono da una relatrice keniota e ha zittito la platea, imponendo il silenzio. Immaginiamo che Ruto lo avesse fatto a Parigi. Cosa sarebbe successo? Davanti a quel gesto molti giovani hanno abbandonato la sala.
Riprendendo gli insegnamenti di Valentin Mudimbe, le relazioni diplomatiche risentono del mimetismo del Medesimo. L’Africano, per essere accolto nel consesso della civiltà superiore, deve attuarne i modelli comportamentali. Ngugi wa Thiong’o ammonisce che «un sistema di dominio sigla il suo trionfo quando i sudditi cominciano a decantarne le virtù».
5.
L’alternativa sostanziale al colonialismo riposa in un radicale cambio di paradigma nelle relazioni.
Non più verticali ma orizzontali. Il passaggio da una visione bipolare, Occidente/Oriente, Modernità/Tradizione, a una multipolare è condizione necessaria per affrontare insieme le sfide della complessità contemporanea.
I diversi piani che i paesi europei, in preda a una crisi di identità e di prestigio, presentano per recuperare terreno contro gli altri competitor internazionali in Africa hanno il peccato di reiterare anacronistiche logiche coloniali. Per opportunismo le élites africane vi si piegano, sfruttando il vantaggio di apparire come partner ambiti dalle potenze in competizione tra di loro.
Ma a queste logiche di palazzo i giovani africani si sentono estranei. Chiedono che le promesse di democratizzazione fatte ai loro padri e di indipendenza per le quali i loro nonni sono morti vengano mantenute.
Le nuove generazioni sono stanche di vedere la loro terra violentata e depredata da accordi siglati da élites corrotte e lontane dai bisogni del popolo. La lotta al colonialismo non termina con la conquista dell’indipendenza se si risolve solo nell’assegnazione di un seggio all’ONU. Come ricordava dopo l’indipendenza Julius Nyerere, primo presidente della Tanzania, «l’impegno a contare su noi stessi non è una scelta contro niente o nessuno, se non contro chi intendesse sottoporci ad una nuova· forma di colonialismo».
Articolo di Vito Varicchio, docente di storia e istruzione dell’Africa.
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