IL PREZZO DELL’OVERTOURISM A UNGUJA: SVILUPPO SFRENATO E DISTRUZIONE AMBIENTALE

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Unguja, l’isola principale dell’arcipelago di Zanzibar, sta vivendo una trasformazione radicale che rischia di compromettere irreversibilmente il suo equilibrio ambientale. Negli ultimi anni, il boom del turismo di massa ha innescato una corsa all’edilizia che procede senza una vera pianificazione, cancellando ecosistemi e mettendo a rischio le comunità locali che da generazioni vivono in armonia con il territorio.

Un’espansione senza controllo

Il fenomeno è evidente in tutta l’isola, dove il paesaggio sta cambiando a una velocità allarmante. Unguja ospita oggi oltre 500 hotel e la costruzione di resort e strutture turistiche procede spesso con scarsa considerazione per l’ambiente. Durante l’alta stagione, l’arcipelago riceve ormai oltre 100.000 visitatori al mese, la maggior parte dei quali si concentra proprio a Unguja.
Esempi emblematici di questa dinamica incontrollata sono le nuove strade asfaltate che attraversano la Riserva Forestale Protetta di Masingini e la foresta di mangrovie della penisola di Uzi. Questi interventi procedono rapidamente, lasciando poco spazio al dibattito pubblico. Inoltre, le aree protette di Unguja dispongono di risorse limitate e soffrono di gravi carenze nella tutela, rendendo difficile contrastare l’avanzata dell’edilizia.
La situazione è particolarmente grave per le piccole isole al largo di Unguja, identificate dall’Autorità per la Promozione degli Investimenti di Zanzibar (ZIPA) come destinazioni per lo sviluppo alberghiero. La spinta ad aumentare i pernottamenti ha portato alla deforestazione per costruire vere e proprie “città di bungalow”, come è stato a Bawe e Pamunda. Il recente disboscamento di Chapwani ha privato l’isola dei suoi habitat per i pipistrelli della frutta e gli aironi, causando paradossalmente una perdita di entrate per gli operatori turistici.

 

L’impatto sugli ecosistemi marini

Le conseguenze più devastanti del turismo di massa a Unguja si manifestano nell’ambiente marino. La biodiversità degli oceani rappresenta infatti una delle prime vittime dell’overtourism: l’inquinamento luminoso e acustico, così come il disturbo diretto agli habitat, causato dalla presenza umana costante, stanno alterando profondamente gli ecosistemi marini.
Il turismo intensivo nelle aree costiere causa il degrado delle barriere coralline attraverso molteplici meccanismi: dall’inquinamento chimico dovuto alle creme solari, all’aumento della sedimentazione causata dalle attività edilizie lungo la costa, fino al danneggiamento fisico arrecato da pratiche di snorkeling e diving non sostenibili. Inoltre, le attività legate al turismo intensificano la produzione di rifiuti e la dispersione di plastica in mare, danneggiando i fondali marini. Già vulnerabili ai cambiamenti climatici, i coralli di Unguja subiscono così una pressione aggiuntiva che ne accelera il deterioramento. La distruzione delle barriere coralline sta minacciando sia la pesca che il turismo stesso, pilastri economici dell’isola.
Le conseguenze si estendono anche alla fauna marina. L’overtourism spinge le grandi specie marine, tra cui balene e altri cetacei, ad allontanarsi dalle coste tradizionalmente frequentate, alterandone i comportamenti migratori. Questo fenomeno è stato osservato anche nelle acque attorno a Unguja, dove l’aumento esponenziale del traffico marittimo legato alle escursioni turistiche sta modificando gli equilibri ecologici marini.

Le comunità locali tra marginalizzazione e cambiamento culturale

L’impatto del turismo selvaggio non si limita alla sfera ambientale, ma ha profonde ripercussioni sociali. Il turismo di massa ha portato cambiamenti culturali significativi a Unguja, generando crescenti preoccupazioni tra i residenti. Le comunità costiere lamentano la presenza invasiva delle strutture alberghiere, poiché causano la perdita di accesso alle aree di sbarco sulle spiagge, tradizionalmente utilizzate dai pescatori e dalle popolazioni locali, oltre a frammentare il tessuto sociale e alterarne gli equilibri.
C’è in gioco il futuro del sistema sociale e la capacità delle future generazioni di zanzibari di godere di ciò che resta del loro patrimonio naturale e culturale.
Molti funzionari governativi e leader comunitari considerano lo sviluppo infrastrutturale rapido di Unguja e la sua forte dipendenza dal mercato turistico un modello problematico. Conversazioni private rivelano che molti di loro sono sgomenti per la direzione presa dall’espansione turistica, ma si sentono impotenti nel contenerla.
Nonostante il governo abbia lanciato nel 2023 una Dichiarazione per il Turismo Sostenibile, che riconosce l’importanza di proteggere l’ambiente naturale, il patrimonio culturale e le comunità locali, la realtà sul campo dimostra che l’implementazione di queste politiche resta ancora largamente insufficiente.

Verso un turismo sostenibile

La situazione di Unguja rappresenta un monito su come lo sviluppo turistico non dovrebbe essere gestito. È necessario e urgente un cambio di paradigma che metta al centro la sostenibilità ecologica e sociale, prima che il danno diventi irreversibile.
KISEDET ritiene che un altro tipo di turismo sia praticabile nonché doveroso. Il futuro di Unguja dipende da scelte responsabili e si può contribuire a proteggere quest’isola scegliendo in modo informato, etico e consapevole viaggi che abbiano un impatto positivo sul territorio e sulle popolazioni.
Solo seguendo questa strada si potrà sperare di fermare il degrado in corso e preservare il patrimonio naturale di Unguja per le generazioni future, garantendo al contempo dignità a chi questi luoghi li abita da sempre.

Scopri il progetto di turismo responsabile di KISEDET: gli itinerari e le testimonianze dei viaggiatori.

Fonti

28 aprile 2023. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37121189/

 



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