Ebola: la diseguaglianza del sistema sanitario globale

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1.

A Nanyuki (Kenya) sono esplose le proteste dei cittadini contro il progetto degli Stati Uniti di realizzare un centro di trattamento e quarantena di Ebola presso la base aerea di Laikipia. Il governo statunitense ha chiesto e ottenuto da quello keniota il permesso di installare all’interno della base un centro di circa 50 posti letto, riservati ai cittadini statunitensi ad alto rischio di esposizione a Ebola. Ma i kenioti si oppongono all’accordo, paventando il timore che il virus rischi di raggiungere così il Kenya, allargando la zona del contagio.

Al momento, infatti, in Kenya non sono presenti focolai del virus, che si sta espandendo nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo. (RDC) e in Uganda.

L’istituto Katiba, organizzazione senza scopo di lucro per la diffusione e la difesa della costituzione keniota, cita in giudizio il governo del Kenya, sollevando serie preoccupazioni di natura costituzionale in merito all’accordo tra i due governi. L’Alta Corte del Kenya, presieduta dal giudice Patricia Nyaundi, non solo impone la fine dei lavori per la realizzazione del campo ma ordina all’esecutivo anche di rendere noti gli accordi e i piani per il centro di quarantena.

Mentre il governo di William Ruto temporeggia, il Ministro della Salute, Aden Duale, afferma che il centro potrà essere usato anche, nel caso di propagazione dell’epidemia, dai cittadini kenioti. Il dipartimento di Stato USA, incurante delle regole che presiedono lo stato di diritto, continua a operare per la costruzione del centro di quarantena, mostrando totale disprezzo per la sovranità e per le istituzioni di un paese sovrano come il Kenya. Ma dell’arroganza dell’amministrazione Trump, la stessa che ha cancellato il programma di aiuti USAID in pochi secondi, non ci si stupisce più.

Seppure il governo si presenti concorde e reputi vantaggiosa l’edificazione del centro, la popolazione keniota protesta contro quello che a tutti gli effetti appare come un atto di neocolonialismo e di imperialismo sanitario.

Il 9 giugno una folla di manifestanti si presenta davanti alla base di Laikipia. La polizia keniota è posta a difesa della base e degli interessi politici ed economici dei governi. Gli scontri, sono inevitabili. I morti, per il momento, sono due ma la determinazione e l’orgoglio nazionale dei giovani kenioti – si dovrebbe saperlo – hanno radici profonde come i baobab.

 

2.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che nell’ultimo mese nella RDC ci sono stati 676 casi e 136 morti a causa del virus Ebola. Il ceppo indentificato è quello del Bundibugyo Ebolavirus, isolato la prima volta in Uganda nel 2007. Si tratta di una variante più rara rispetto allo Zaire Ebolavirus e per la quale ancora non è stato trovato un vaccino.

Il presidente della Commissione dell’Unione Africa, Mahmoud Ali Youssouf, ha allertato la popolazione africana di una possibile estensione regionale dell’epidemia, come avvenne tra il 2014 e il 2016 in Africa occidentale (soprattutto in Liberia e in Sierra Leone). In quella occasione si accertarono oltre undici mila vittime e un conseguente disastro umanitario che andò a sobbarcare le già cigolanti strutture ospedaliere.

Nel suo discorso il presidente della Commissione ci ha tenuto a sottolineare che il continente africano si trova ancora una posizione di forte dipendenza nel sistema sanitario globale. Per sfuggire a questa stringente dipendenza che, di fatto limita la sovranità del continente, sarebbe necessario per l’Africa riuscire a sviluppare un settore farmacologico continentale. Tuttavia, sono richiesti ingenti investimenti strutturali che allestiscano le basi operative per un ritorno nel continente di quelle africane e africani che hanno attinto al know how occidentale. La classica ricetta africana per problemi africani. Ma c’è la volontà politica di creare davvero un’Africa Unita? La domanda lascia questioni irrisolte.

 

3.

In un reportage sull’epidemia di Ebola in Liberia pubblicato su Slow News nel 2019, Andrea Spinelli Barrile intervista James T. Bonah, un superstite di Ebola che però ha visto morire sua moglie e alcuni dei suoi figli. Le sue parole sono da monito, perché hanno il sapore delle verità eterne ma dimenticate.

«Ho imparato a lavarmi le mani di continuo, a stare attento a quello che mangio, a come lo cucino, ai sintomi che accuso. Non era ovvio, noi siamo gente di campagna, che ne sappiamo? Non siamo così attenti a questi dettagli ma dobbiamo capire che conclusa l’epidemia di Ebola non possiamo dimenticarla: la memoria è fondamentale».

L’aumento dei casi di Ebola che sta interessando una parte dell’Africa Orientale dovrebbe far riflettere osservatori e opinione pubblica su piccoli insegnamenti e segnali, che noi tutti – in particolare chi vive tra gli attici della zona imperiale – dimentichiamo con facilità.

La pandemia da Sars-Covid-19 che sempre a chi vive con i paraocchi del progresso occidentale, appariva come una terribile eccezione, come qualcosa di impossibile. L’Occidente è immortale e si salverà. Anzi, mentre eravamo chiusi in casa, dicevano che ne saremo usciti migliori. Lascio agli ottimisti e ai pessimisti la facoltà di esprimersi. «Qual ella sia, parole non ci appulcro» (Inferno, Canto VII, v. 61).

Il continente africano, invece, ci mostra con tenacia caparbietà che le pandemie si ripetono a ciclo continuo e che spesso, oltre a un problema di prevenzione, prosperano nei territori martoriati dai conflitti. In Liberia, ad esempio, subito dopo la guerra civile fu l’Ebola ad assalire i liberiani. Inutile dire che la regione orientale della RDC vive uno stato di guerra permanente da oltre venti anni.

Il sistema sanitario globale mostra ancora una volta una profonda diseguaglianza tra il Nord e il Sud del mondo. La ricerca scientifica, decantata come divinità neutrale, è divenuta la rinsecchita ancella del capitale privato. È il profitto che finanzia la ricerca farmacologica. Quale guadagno nel salvare delle vite in territori dove non si possono permettere di comprare il frutto della ricerca? Quale utilità in un mondo dove diamo il prezzo a tutto, anche ai sentimenti?

L’Africa e gli africani, con il solo fatto di esistere, mostrano il volto oscuro (o reale) del modello di sviluppo occidentale. Forse, per questo il Bianco non tollera il Nero. Gli africani ci dicono la verità su noi stessi.

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