La buona fede non giustifica i danni del volonturismo.

Volonturismo

Volonturismo nasce dalla fusione di due parole: volontariato e turismo.
C’è chi elogia il volonturismo e chi lo pratica, pensando che il soggetto in questione sacrifichi le proprie vacanze per andare in un Paese lontano, e pericoloso (?) a “fare del bene”.
A parte il fatto che parecchie associazioni ci lucrano, chi l’ha detto che accogliere tutti indiscriminatamente, senza nessun tipo di preparazione, possa essere un bene? E chi l’ha detto che le cose fatte in buona fede siano tutte da giustificare, anche se fanno solo danni alle popolazioni locali?


Partiamo dal fatto che in una località turistica, prenderemo un posto a caso, Zanzibar, ragazzi anche parecchio giovani, sono convinti di andare ad insegnare la lingua inglese ai “poveri” bambini analfabeti zanzibarini; il risultato è che troveremo le bacheche di questi “volonturisti” piene di selfie e foto insieme a minorenni per auto-elogiarsi. Quanto è bella questa gioventù che sacrifica le proprie vacanze per aiutare gli altri, pensa chi guarda quei post. Ma una domanda sorge spontanea: per quale motivo andare così lontano quando anche nel proprio paese c’è chi ha bisogno d’aiuto? Forse, e senza forse, nel proprio paese non potrebbero fare foto ai bambini e postarle senza ripercussioni. E poi soprattutto non c’è l’effetto esotico legato all’immagine di “salvatore bianco civilizzato”, cosa che invece emerge andando dall’altro capo del mondo. i bambini da salvare devono essere, per forza, i poveri africani.


Intendiamoci, non si biasimia affatto l’idea in sé di donare il proprio tempo ed  energie per migliorare la società e soccorrere chi ne ha bisogno. Anzi si auspica che molti altri lo facciano, ma nelle forme giuste e non ideologiche, perché il volontariato non può e non
deve essere una forma di ideologia del “bene comune” e soprattutto non dev’essere improvvisato.
Questo “volontariato” continua a creare e/o far sì che continuino ad esistere orfanotrofi pieni di bambini piccoli, dove volonturisti bianchi, entrano ed escono in continuazione, si spupazzano i bimbi magari solo per due settimane, acchiappano “like” sui loro social, e poi rientrano nei loro Paesi elogiati per il grande lavoro fatto: “avete reso felici dei poveri bambini”, il classico comportamento del salvatore bianco (vi consigliamo di approfondire “white savior complex”). Inoltre parecchie associazioni, laiche e/o religiose continuano a speculare su questa cosa e non sono nemmeno interessate a riunificare i bambini con le loro famiglie, poichè questi viaggi sono delle vere e proprie macchine per fare soldi. Chi vi partecipa, spesso racconta le stesse cose: “bimbi malnutriti con il moccio al naso, che nonostante vivano di niente sono sempre felici e allegri; noi occidentali dovremo prendere esempio da quella gente…” e via di seguito, con la classica narrazione da “salvatore bianco”.

Questi viaggi, servono solo a farci sentire migliori, e cosa più assurda, si crede di aver reso quei bambini felici e di aver fatto la nostra parte; nel frattempo rientreremo nel nostro paese, continueremo ad acquistare tutto quello che crediamo ci serva, senza nemmeno riflettere a cosa porta questo consumismo sfrenato. Il nostro benessere è la catena che ancora attanaglia il continente africano; rientreremo nella nostra zona comfort, mentre i bambini africani continueranno a stare nell’orfanotrofio, pronti per essere messi in mostra ad altri “volontari” facendo leva sul fattore psicologico, affinchè possano tornare in Occidente e convincere altri “salvatori bianchi” a fare la stessa esperienza, quella giusta, perchè “l’Africa mi ha veramente cambiato!”

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