Anche nella crisi climatica globale, esiste una profonda ingiustizia. Da un lato, i Paesi industrializzati – come Stati Uniti, Cina e Unione Europea – che per decenni hanno bruciato combustibili fossili, alimentando la propria crescita economica.
Dall’altro, le Nazioni Africane, che a questa crisi hanno contribuito in modo marginale, ma che ne stanno pagando le conseguenze più severe.
Chi inquina di più nel mondo
Le cifre sulle emissioni mondiali di CO₂ non lasciano spazio a interpretazioni. Secondo il database EDGAR della Commissione europea, la Cina è responsabile di circa il 30% delle emissioni globali, seguita da Stati Uniti (11%), India (8,2%) e Unione Europea (5,9%); i soli 6 maggiori emettitori coprono complessivamente il 61,8% delle emissioni mondiali.
L’Africa, nel suo insieme, non supera il 4% delle emissioni globali di gas serra. Si tratta di un contributo minimo, storicamente sempre stato così: i Paesi africani non hanno mai avuto un’industria paragonabile a quella occidentale.
Chi subisce di più le conseguenze
Recentemente il Corno d’Africa ha vissuto la peggiore siccità degli ultimi 40 anni – cinque stagioni delle piogge consecutive andate quasi a vuoto – che ha coinvolto oltre 36 milioni di persone tra Etiopia, Somalia e Kenya. Nel 2024 i raccolti di mais sono crollati in Zambia del 43% e in Zimbabwe del 50% rispetto alla media quinquennale, mentre in Marocco la produzione cerealicola è diminuita del 42% a causa di sei anni consecutivi di siccità. Nello stesso anno ondate di calore record nel Sud Sudan hanno spinto le temperature a 45°C, costringendo alla chiusura delle scuole per proteggere i bambini.
Una delle conseguenze più dirette e visibili di una crisi che il continente africano non ha creato è la migrazione forzata: secondo il Global Report on Internal Displacement 2024 dell’IDMC, nel 2023 i disastri naturali hanno causato oltre 6 milioni di sfollamenti nell’Africa sub-sahariana.
Il costo economico: un peso insostenibile
Il rapporto “State of the Climate in Africa 2023” stima che il costo dell’adattamento per l’Africa subsahariana ammonterà tra i 30 e i 50 miliardi di dollari all’anno nel prossimo decennio, pari al 2-3% del PIL dell’intera macroregione. Fondi che gli Stati africani non hanno e che chiedono con forza alla comunità internazionale, proprio in nome del principio di responsabilità differenziata: chi ha causato il problema deve contribuire a ripararlo.
Africa orientale e Tanzania in prima fila
L’Africa orientale, dove opera KISEDET, è una delle aree più colpite da questa crisi. La Tanzania, come molti Paesi della regione, dipende fortemente dall’agricoltura pluviale: quando le piogge tardano e si riducono o diventano violente e imprevedibili, le conseguenze ricadono direttamente sulle famiglie più vulnerabili, quelle che vivono dell’agricoltura di sussistenza e/o di autoconsumo.
La sicurezza alimentare, l’accesso all’acqua e la salute sono sempre più influenzati da fenomeni climatici che la Tanzania non ha provocato.
Le ondate di calore più frequenti favoriscono la diffusione di malattie come la malaria e la dengue.
Le siccità prolungate costringono a percorrere distanze sempre maggiori per trovare acqua potabile. Le alluvioni improvvise distruggono raccolti coltivati con fatica.
Le abbondanti piogge provocano epidemie di colera.
La scorsa settimana 42 persone hanno perso la vita a Nairobi (Kenya) travolte dalle alluvioni causate dalle forti piogge che affliggono il Kenya dalla fine di Febbraio.
Nel Parco Serengeti, in Tanzania, i tour operator hanno dovuto sospendere i viaggi per le grandi inondazioni in cui sono stati coinvolti anche veicoli turistici. Lo stesso nella parte keniota del Masai Mara, dove i turisti sono stati evacuati con elicotteri.
Un problema di equità globale
La crisi climatica è anche una crisi di giustizia: chi ha contribuito meno al problema ne paga il prezzo più alto. È necessario che i Paesi che hanno storicamente emesso la maggior parte dei gas serra onorino i propri impegni. I finanziamenti per il clima, promessi più volte nelle conferenze internazionali, continuano ad arrivare in modo insufficiente. Nel frattempo, in Tanzania come in gran parte dell’Africa subsahariana, le comunità cercano di adattarsi con risorse proprie a una crisi che non hanno contribuito a generare.
KISEDET lavora ogni giorno accanto alle comunità della Tanzania per cercare modi alternativi attraverso i quali procurarsi cibo e soprattutto altri modi con cui coltivare la terra, che non debbano per forza dipendere dalle condizioni metereologiche del momento. Ma il lavoro delle organizzazioni sul campo non basta, se non si accompagna a scelte politiche coraggiose a livello globale. Conoscere i dati, diffonderli e chiedersi quale sia la responsabilità di ciascuno di noi, anche come consumatori nel mondo, è il primo passo verso una giustizia climatica che non sia solo uno slogan.
EDGAR/JRC – Commissione europea. “GHG emissions of all world countries – 2025 report”. Settembre 2025. https://edgar.jrc.ec.europa.eu/report_2025
IDMC – Internal Displacement Monitoring Centre. “Global Report on Internal Displacement 2024”. https://www.internal-displacement.org/global-report/grid2024/
WMO. “State of the Climate in Africa 2023”. Settembre 2024. https://wmo.int/publication-series/state-of-climate-africa-2023
WMO. “State of the Climate in Africa 2024”. Maggio 2025. https://wmo.int/publication-series/state-of-climate-africa-2024